Corpi senza vita

“Corpi senza vita” così la cronista ha descritto i quattro soldati americani trovati morti oggi in Iraq. I corpi riversi in un cortile, una posizione neppure tanto innaturale. Le immagini scorrono in TV, il commento prosegue ma mi rimane in testa quel “corpi senza vita” come la descrizione più precisa fin’ora sentita di tutti quei ragazzi morti in Iraq.

In effetti quei corpi abbandonati tra la polvere danno l’idea di un qualcosa di svuotato. Come sacchi il cui contenuto sia stato riposto altrove senza pensare che – proprio quel contenuto – era ciò che li sosteneva. Dove sono ora le vite che hanno abbandonato quei corpi? Viene da pensare che se ne trovassimo un’altra di vita, – magari meno disattenta, meno distratta – da rimettere dentro quei corpi, li vedremmo alzarsi e tornare a camminare, guardare, parlare perché di nuovo “corpi con vita”. Di nuovo meccanismi in grado di funzionare.

Ma se basta una vita qualunque a rianimare quei corpi che ne è di tutte le storie ascoltate, le cose viste, le parole dette, le lacrime piante e i sorrisi sfuggiti che ci sono stati prima?

Forse per questo quando un corpo perde la sua vita non è più possibile mettergliene un’altra dentro. Perché una vita è quel particolare e unico modo di ciascuno di condurla da qualche parte o in nessun luogo, è l’esistere che va ben oltre il funzionamento di un meccanismo. Dovremmo sempre parlare di “corpi con vita” e “corpi senza vita” anziché dire vivi o morti. Perché la differenza è immediata, l’assenza non si bilancia con la presenza e quel “con” rimane comunque incolmabile quanto immenso il vuoto del “senza”.

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