|
La descrizione di Cal
Se volete essere certi di non trovarvi soli tra le montagne, allora l'escursione al Piz Boè fa per voi. La funivia porta sul Sass Pordoi quasi un'ottantina di persone ogni dieci minuti e molti, donne, uomini e bambini si riversano diligentemente in fila indiana sul sentiero per la Forcella del Pordoi. Per fortuna c'è chi, dopo questi primi dieci minuti di discesa, sente il bisogno di fare un sosta e si accascia con il fiato grosso sulle panche all'esterno del rifugio; è un buon momento per coglierli di sorpresa e schizzare per il bivio che conduce alla Capanna di Fassa. Ci avviamo così per le "simpatiche roccette", come le descrive la guida, che ci portano a Capanna Fassa. Il carattere delle roccette a noi non si è svelato ma di certo sono stupende le brevi soste per guardarsi intorno, ammirare le montagne di cui - per buona parte - non conosciamo il nome ma che si moltiplicano l'una dietro le altre senza lasciare indovinare dove possano finire. E la sensazione di moltiplicazione viene ampliata una volta arrivati ai 3152 mt. di Capanna Fassa. Alcuni indicano agli amici meno informati che quelle sono le pale di San Martino che non si riconoscono perché le stiamo vedendo di fianco, altri indicano le Tofane Ampezzane con la caratteristica venatura obliqua. Rubo una descrizione qua, un'altra là guardando nelle direzioni indicate da quelle dita dritte. Ma non mi interessa davvero sapere cos'é questo o quello, non mi importa granché dei nomi, il bello che ho davanti è così esteso che mi sembra di non avere abbastanza occhi per guardare e infine, quasi con lo sguardo stanco per lo sforzo, mi concentro su una pesca che divido con Cal, perché la pesca - a differenza delle montagne - mi sta tutta dentro un unico sguardo. Scendendo verso il rifugio Boè con il capellino di Capanna Fassa pagato una follia per festeggiare la mia prima volta oltre i 3000, attendiamo all'imbocco della cengia il nostro turno per scendere. Stiamo facendo l'escursione con una "collega" di hotel Simonetta di Verona. Lungo la cengia scambiano qualche parola con una coppia di Venezia, Davide ed Elda e così, semplicemente, si crea il nostro piccolo gruppo, come spesso accade in montagna. In fila come scolaretti dell'asilo arriviamo al rifugio Piz Boè che nulla ha da invidiare alle spiagge di Rimini, infatti è difficile trovare un metro quadro libero dove poter pranzare. Con un po' di fortuna trovo un posto un po' discosto dalla massa di persone dove c'è l'ombra per Cal (costantemente refrattario alla crema) e me, e il sole per i nostri compagni di escursione. Simonetta fa sua una roccia trasformandola in una sdraio del "lungomare del Pordoi", Davide ed Elda si appollaiano su un masso poco più sopra di noi dividendosi il pasto, mentre Cal ed io rigorosamente all'ombra proviamo un sottile piacere nel sentire la pelle rabbrividire all'aria piccantina delle alte quote e con soddisfazione - dopo mesi di afa in pianura - infiliamo nostri pile. Scesi alla funivia ci salutiamo, ci scambiano gli e-mail per spedirci le foto della giornata. Con ogni probabilità non ci vedremo più, abbiamo trascorso una giornata stupenda insieme, una giornata che rimarrà nei nostri ricordi, presto scorderemo anche i rispettivi nomi, ma che importanza hanno i nomi? Forse che non ricorderemo gli scenari che abbiamo visto solo perché non sappiamo come si chiama una vetta? by Scri |