SCRICAL_logo

Scenari lunari, silenzi inusitati e.... polpacci dolenti
Sentiero delle Scalette - 1 settembre 2003

La descrizione di Cal

Si comincia a salire fin da subito su pietraie, frane rocciose e detriti che saranno i protagonisti di questa giornata. Mentre salgo mi chiedo come mai si sono ammucchiati tutti qui, Cal mi spiega che in alcuni casi è il risultato delle valanghe invernali. Wow, non vorrei trovarmi qui quando questi massi decidono di farsi un'altro giro verso valle.
Sebbene non faremo una ferrata abbiamo portato con noi l'attrezzatura perché il sentiero è classificato EE (escursionisti esperti) e EEA (escursionisti esperti con attrezzatura) secondo la scala di difficoltà del UIAA (Unione internazionale delle associazioni alpinistiche).
Le Scalette mi appaiono come una mega frana, e forse lo sono (ma in questo caso di certo molto antica), un pezzo di montagna che curiosa di vedere com'era la valle è franata su se stessa per essersi sporta troppo. Oltre ai massi più grossi immobili c'è una miriade di sassi più piccoli e instabili. Considerato che sopra di noi sicuramente ci sono altri escursionisti decidiamo di mettere il casco. La salita non è facile, ci perdiamo un paio di segni bianchi e rossi e finiamo in passaggi dove è meglio stare con la faccia alla roccia e non guardare giù. Pochi passi e occorre guardare dove sono i segni. Mi piace salire qui, cercare la via migliore, trovarla magari, fare fatica e poi, ritrovato il segno, scoprire che il sentiero aggirava più comodamente la parte dove sei passato tu. Mi chiedo perché questi benedetti segni devono scomparire proprio là dove la traccia del sentiero si fa più incerta e le direzioni si moltiplicano. Le nostre deviazioni sulla via ci fanno salire per mezz'ora in più del tempo previsto per questo tratto e la fatica si fa sentire. Quando arriviamo alla parte attrezzata dico a Cal che preferisco assicurarmi al cordino con il moschettone, lui è d'accordo e fa altrettanto. Forse stiamo eccedendo in sicurezza, ma questa salita mi ha proprio sfiancata e non ho voglia di rischiare per una disattenzione dovuta alla stanchezza. Arrivati al Passo delle Scalette, sono proprio stufa. Togliamo l'imbracatura, posiamo gli zaini, ci concediamo un bel pezzo di cioccolato fondente circondati da un paesaggio strano e stupendo nello stesso tempo. Mi godo la nostra meritata sosta in fondo, penso, il più è fatto.

Rinfocillati ripartiamo per il Passo di Lausa perché vogliamo staccarci da un gruppetto di escursionisti che è salito dopo di noi. Ci stiamo muovendo in uno scenario spettrale spogliato di alberi e altra vegetazione se non pochi licheni che lottano con le rocce per mantenere il terreno conquistato. Sono assenti perfino le marmotte e quella sorta di corvi che abbiamo sempre trovato nelle nostre escursioni. Qui non è come al Piz Boè dove le persone camminano in fila indiana, qui ci arrivano in pochi e ci arrivano per la vastità di queste pietre di colore che ricorda il rosa, per il silenzio che sembra generato dalla loro immobilità, nessun eco, nessun squittio d'allarme. Vale proprio la pena di allungare il passo per essere soli e provare a goderne invece che esserne sorpresi, forse quasi infastiditi perché a un silenzio così assoluto non siamo abituati.

Valicare il Passo di Lausa è più facile, ma le gambe urlano vendetta, il sentiero si inerpica per un ghiaione e va su, su, su fino ad incontrare qualche fiocco di neve e un vento gelido al quale siamo esposti proprio quando arriviamo in cima al passo senza più nessuna parete rocciosa a proteggerci. Scendendo dal passo si moltiplicano le piramidi di sassi che ci indicano la via per il Rifugio Antermoia, infatti i segni sono molto sbiaditi e ancora una volta è facile perderli. Arrivati al rifugio non possiamo negarci un minestrone caldo, è proprio la giornata giusta con la temperatura vicina allo zero. La zuppa va giù calda e ristoratrice e penso che adesso sì, il più è fatto.

Quando, superato il Lago d'Antermoia, le mie gambe capiscono che devono valicare un terzo passo (loro ancora non sanno che è il più alto della giornata) iniziano ad odiarmi. Hanno speso tutto sulle Scalette pensando che quello fosse il tratto più difficile. Le sentivo saltellare di roccia in roccia come se il salire fosse un dettaglio insignificante nel gioco del trovare l'appiglio sicuro e sembrava giusto e sano che verso il termine delle Scalette si sentissero affaticate. Non si ha forse il fiato grosso dopo una corsa? Ma ora siamo al terzo passo da valicare, la salita è forse ancora più semplice di quella per il Passo di Lausa, ma loro proprio non se ne capacitano.
Saliamo nel solito silenzio irreale, circondati da queste pietre immense che non sono più montagna, quella montagna distante che guardi da valle, ma masso da superare, pietrisco su cui non scivolare, fessure o appigli dove attaccarsi per tirarsi su. "Su" è quello che si fa in montagna, si va su, e oggi non mai stato così vero! Oh certo, si scende anche, ma scendere non è cosa facile, le discese picchiano sulle ginocchia, fanno dolere i polpacci e se non hai lo scarpone di una misura più grande gli alluci continuano ad andare a sbattere contro la punta. Ma poi si arriva, e il passo d'Antermoia ci accoglie con la nostra seconda leggera nevicata della giornata e una nebbia che scende dal Catinaccio d'Antermoia che ci sovrasta e una sensazione di assoluto e pace che ti riempie dentro mentre lo sguardo si riempie di quanto abbiamo intorno. D'ora in poi è solo discesa, lasciamo qui questo paesaggio brullo, il silenzio estremo, il freddo e la nebbia, li lasciamo qui ma sarà difficile dimenticarli.

by Scri