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Testimoni d'una morte annunciata 
Traversata del ghiacciaio della Marmolada 28 agosto 2003

La descrizione di Cal

Ed eccoci dunque. Oggi si va sul ghiacciaio, non solo, lo attraverseremo con i ramponi. Nell'escursione del Vièl del Pan l'abbiamo avuto davanti a noi per un'intera giornata, ma oggi sarà sotto ai nostri piedi e mentre ieri dicevamo "domani saremo là sul ghiacciaio" oggi guardando verso il Sass Pordoi e il Piz Boè diremo "Ieri eravamo lì". Con noi, oltre alla guida, due giovani di Genova e una ragazza di Roma. Il viaggio in cabinovia è lungo, sembra sempre che oltre il costone ci sia la stazione di arrivo invece, un altro pilone, un altro tratto di funi che sorreggono la nostra gabbia (questo è alla fin fine). Fa freddo, non vorrei trovarmi appesa quassù con questa sensazione di essere troppo esposta in una giornata di vento. Immagino la gabbia ballare da una parte all'altra e noi dentro a cercare di non farci scaraventare giù. Ma è solo una fantasia, non c'è vento, è una giornata tersa, il freddo è pungente. Possiamo quindi godere delle marmotte che alzano la testa incuriosite al nostro passaggio e dei due camosci, forse una madre con il piccolo, che brucano tranquilli su un prato scosceso in lontananza.

Muoviamo i primi passi sul ghiacciaio dopo che la guida ci ha legato i ramponi agli scarponi. Occorre battere il piede in modo da piantare nel ghiaccio gli spuntoni di ferro che abbiamo sotto i piedi. Ogni passo lascia un segno, buchi simmetrici che si trasformano in tracce. Osservo i segni lasciati dai miei piedi, i segni lasciati dai miei compagni di escursione e mi chiedo quanto male stiamo facendo a questo ghiacciaio che sembra già essere in agonia e che la guida - nata e cresciuta a Campitello - nelle sue immagini d'infanzia ricorda molto più esteso.

Che si stia sciogliendo lo possiamo vedere con i nostri occhi, sentire con le nostre orecchie nelle decine di rivoli che ondeggianti scrosciano verso valle. Un gorgoglio continuo come di un ruscello in un bosco che nel pomeriggio, al nostro ritorno, sarà ancora più imponente.
Poco prima di giungere al Serauta, la guida ci fa girare intorno a dei crepacci, sembrano sbreghi irregolari, colpi di accetta vibrati da un folle. In quelli più profondi il ghiaccio ritorna puro con riflessi di un azzurro intenso, le pareti levigate, il fondo del crepaccio che non si vede. Non è bene esporsi troppo sull'apertura. Ne avremo una testimonianza nel pomeriggio quando abbiamo assistito a un'operazione del soccorso alpino che con un elicottero hanno recuperato due persone cadute in uno di questi crepacci.

E' una giornata forte, forte di emozioni questa che stiamo vivendo. Non riusciamo a metabolizzare l'esperienza della traversata del ghiacciaio che ci troviamo proiettati nelle trincee della grande guerra. Camminamenti stretti, cunicoli scavati nella roccia per creare punti di osservazione, ma scavati come? se ,questa roccia è dura e sembra non voler cedere tanto facilmente ai colpi dei picconi. Da quei fori vedevano lì, davanti a loro gli austriaci attestati sulla Marmolada, i quali avevano costruito perfino una città di ghiaccio (ora scomparsa). Questi luoghi e il museo sono dedicati a tutti loro, italiani e austriaci che lassù hanno speso i loro vent'anni, tanti sono morti, altri sono tornati solo per finire nella braccia di un'altra guerra. E' impossibile non pensare alle persone prima ancora che agli avvenimenti di guerra, quei volti in bianco e nero, vestiti in divise di stoffa grossa, tra gli ufficiali con baffi imponenti. Tra le divise conservate nelle teche una è del soldato Piras e ti chiedi, ma cosa avrà pensato il soldato Piras strappato dalla sua Sardegna per essere sbattuto quassù a 3000 metri fatti di neve, ghiaccio, freddo e fame? Lo sapeva il soldato Piras per chi o per cosa stava combattendo? E se la divisa è in questa teca significa che il soldato Piras non ha più rivisto la sua Sardegna?

by Scri