Introduzione
Arrivare a New York in auto è stata una
bella esperienza. Sullo sfondo, alla nostra sinistra, lo skyline di
Manhattan andava e veniva offrendoci continui scorci. Siamo arrivati
da Newark, New Jersey, fiancheggiando Port Elizabeth. La consegna
dell'auto era prevista al JFK, abbiamo quindi attraversato Staten
Island superato la New York Bay sul ponte di Verrazano e costeggiato
Brooklyn sulla Parkway fino all'aeroporto. Da lì, per arrivare in
centro abbiamo utilizzato la metro, 7$ e un'ora di viaggio. Una metro
senza dubbio più sporca, ma anche più vivace di quella di Washington.
New York è la città che tutti conosciamo anche senza mai esserci
stati. E' proprio così, come l'abbiamo vista mille volte nei film e
telefilm. Tanto uguale a sé stessa che viene da pensare sia quasi
inutile venirci di persona. Ma quello che la TV non può dare è lo
spirito che anima questa città e dal quale è fin troppo facile farsi
travolgere.
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Grattacieli: in una
città senza sosta
Non basta alzare la testa per vedere la fine
di un grattacielo, devi anche inclinare il busto all'indietro. Solo
in questa posizione, alquanto instabile, ne puoi vedere la fine.
Piccole città autonome (nell'Empire State Building lavorano 18.000
persone) impressionano per organizzazione e dimensioni. Tutto è "big"
in America, e tutto è esagerato a New York. Come ve lo immaginate
l'Empire State Building? E' esattamente così, come l'avete visto al
cinema, uguale a sè stesso da settant'anni. Ma quello che si cerca in
questa città che non dorme mai, sempre in movimento che si compone e
scompone in continuazione, è forse anche questa immutabilità dei
luoghi ai quali siamo assuefatti e che, una volta là come turisti,
pretendiamo di vedere uguali a come li abbiamo conosciuti.
E' obbligatorio salire almeno su un grattacielo. Solo da lì si può
avere una vista della città a 360 gradi. Oggi il grattacielo più alto
è L'Empire. Qui avete due possibilità. Salire fino all'86° piano per
16$ oppure aggiungere altri 14$ ed arrivare anche al 102° piano dove
siete a quasi 400 metri da terra. Se alll'86° la veduta è all'aperto,
al 102° è al chiuso. Il colpo d'occhio sulla città è senza dubbio
notevole.
Noi ci siamo goduti anche la vista della città by-night dal Top of the Rock, la terrazza che si trova alla sommità del Rockfeller Centre. Qui Berta (la nostra fedele digitale) ci ha abbandonati dopo una giornata di onorato servizio. Abbiamo poche foto in notturna, tra queste l'Empire illuminato.
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Musei: Moma,
Guggenheim
New York è la città dei musei. Ma per vederli
tutti vi dovreste affittare un appartamento e restare lì almeno un
mese, forse più. Come già a Washington, abbiamo concentrato la nostra
visita sui due musei che più caratterizzano, a nostro parere, la
città: il Guggenheim e il Moma. L'entrata al Guggenheim è costata
18$, al Moma ne abbiamo pagati 20$. I due musei attuano una politica
completamente diversa per le foto. Al Guggenheim si può fotografare
solo l'ingresso ma non le opere esposte. Al Moma, invece, si è liberi
di fotografare quanto si vuole a patto che non si utilizzi il flash.
De Chirico, Warhol, Hopper, Boccioni, Picasso, Kandinski sono solo
alcuni dei nomi più noti presenti nei due musei. In certi casi devo
dare ragione a Cal quando dice che la sua foto dell'uscita di
sicurezza non ha nulla da invidiare ad alcune "opere" presenti al
Moma. Un filo tirato in mezzo a una parete può certo simboleggiare la
divisione della metafisica spaziale, ma a noi, che non siamo esperti
e neppure raffinati cultori, sinceramente è apparso niente più che un
filo.
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La sede
dell'Onu nel giorno di Bush e Ahmadineja
Nei giorni in cui eravamo a New York si è svolta la sessione delle
Nazioni Unite con, tra gli altri, Bush e il presidente iraniano
Ahmadineja. Non sappiamo quante di queste sessioni vengano fatte
all'anno, abbiamo però toccato con mano cosa succede al traffico
cittadino. Anche l'autobus che abbiamo preso è stato deviato da un
agente, saltando così alcune fermate. Inoltre, alla prima fermata che
è riuscito a fare, è stato controllato dagli artificieri delle
squadre anti-terrorismo. Alle uscite degli alberghi che ospitavano i
capi di stato, erano stati montati dei gazebo chiusi, per permettere
ai delegati di salire nelle auto dai vetri oscurati al riparo
da occhi indiscreti. La quantità di polizia e mezzi dispiegati era
impressionante. Due le notazioni su questa non prevista esperienza.
La prima: nell'oretta in cui siamo stati dietro le transenne a
guardarci intorno abbiamo in pratica visto il mondo sfilarci davanti,
infatti, i delegati di minor richiamo camminavano tranquillamente per
strada nei loro abiti tradizionali in mezzo a noi. La seconda: perché
queste riunioni non vengono fatte in teleconferenza? Ognuno se ne sta
a casa sua, ci sono meno problemi di sicurezza ma soprattutto se
spende molto meno. E tutto quanto viene risparmiato può essere
utilizzato per attività e progetti per le persone anziché per
mantenere il sistema.
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Ground Zero: una ferita aperta
Siamo arrivati a Ground Zero pochi giorni dopo
il ricordo del quinto anniversario della caduta delle Torri Gemelle.
E' forse l'unico posto in cui abbiamo trovato più americani che
stranieri. Impressiona l'enorme buco vuoto che oggi è un cantiere in
febbrile attività. Sono tre i luoghi della memoria. Il centro Tribute
WTC 9/11, l'ingresso della stazione metro WTC e la St. Paul's Chapel,
sulle cui inferriate venivano appese le foto dei dispersi. Il
Tribute WTC 9/11, dà l'impressione di
essere l'attuazione pratica dell'idea che, attraverso la sofferenza
vissuta pubblicamente, si cementi l'unione di questo popolo. Si
tratta di una specie di museo in cui si possono vedere i filmati
ripresi in quelle prime ore, le foto dei feriti, della gente che
scappa, un pezzo di uno dei due aerei, effetti personali insanguinati
e così via. La perfetta organizzazione americana ha previsto anche la
commozione dei visitatori e sulle panchine sono disponibili i kleenex
per asciugarsi le lacrime. Di primo acchito abbiamo avuto un effetto
di macabro. Ripensandoci a posteriori questa sensazione è forse
solo figlia della vicinanza dell'evento. In fondo, i musei sulla shoa
o sulle guerre mondiali non sono molto diversi da questo; si tratta
in ogni caso di esibizioni di effetti personali che ricostruiscono il
quotidiano di chi è stato travolto da quelle tragedie. Ma in quei
casi la lontananza degli eventi - o il fatto di non averli vissuti
direttamente - rende l'approccio a quegli oggetti meno voyeristico.
Come se, alla fine, la storia prevalesse sul privato.
Nel caso del World Trade Centre, invece, abbiamo ancora ben vive
negli occhi e nella mente le immagini del crollo delle torri gemelle,
visto in diretta così come si conviene alla nostra società
tecnologicizzata. L'attacco dell'11 settembre non è ancora storia, è
attualità drammatica con la sua scia di sangue che ancora oggi non si
è arrestata. Ecco che allora il badge insanguinato e sporco non
racconta una storia, ma vuole colpire l'emozione, il voyerismo
appunto. Ammettiamolo, non siamo americani, non abbiamo questo
strenuo senso della comunità che si stringe per essere più forte e
invincibile. Per questo, forse, ci è difficile comprendere il senso
di questo luogo. Nella sua semplicità, l'ultima foto del poliziotto
Moira Smith che aiuta un broker ferito, prima di rientrare nel WTC e rimanere uccisa nel crollo
delle torri, è molto più forte del WTC tribute. Ha la stessa forza
terribile dei nomi degli ebrei ripetuti all'infinito nel museo
accanto al cimitero ebraico di Praga. Una forza che riporta
l'attenzione sulle persone, sulle loro vite spezzate, sui loro sogni
incompiuti, sulla inutilità delle loro morti, sulla preziosa
occasione di vita andata perduta.
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Gospel e
Harlem
La messa Gospel è uno dei passaggi tradizionali della visita di New
York. Nel nostro caso era compresa nelle prenotazioni fatte
dall'Italia. Abbiamo apprezzato la nostra guida, Ivan, un russo
sessantenne trapiantato da anni negli USA, anche lui con un bel mix
di italiano e spagnolo come la nostra guida di Washington. La messa
Gospel alla quale abbiamo assistito era un po' troppo elettronica,
tanto che l'amplificazione degli strumenti copriva le voci del coro.
Nel suo complesso, comunque, lascia abbastanza stupefatti.
L'impressione è di una esibizione (con tanto di svenimento) in
bilico fra la spiritualità e lo show. Oltre alla Harlem del teatro Apollo, del Cotton Club,
delle palazzine anonime, della gente per strada, c'è l'Harlem che
conserva un pezzetto di storia come il Morris Jumel Mansion. Bianca
abitazione (ora museo) del 1765, dove Washington aveva lo studio e il
sig. Morris si intratteneva con Eliza la prostituta più bella degli
Stati Uniti.
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Intrepid: una
portaerei in centro città
Non capita tutti i giorni di vedere,
dall'alto dell'Empire, la forma allungata del Concorde sbucare tra i
grattacieli come fosse appena atterrato sulla portaerei Intrepid.
L'Intrepid Sea-Air-Space Museum non sarà più visitabile per due anni
circa. Nell'ottobre di quest'anno (2006) la vecchia portaerei ha
mollato gli ormeggi per raggiungere la sede dove verrà sottoposta a
un lungo lavoro di restauro dopo 35 anni di onesto servizio come
museo sulla storia della marina militare statunitense. Oltre al
Concorde abbiamo visitato l'interno di un sommergibile,
gli interni della stessa portaerei e gli aerei sul ponte di volo.
Anche in questo caso un piccolo giro del mondo con veivoli di
differenti nazioni, dagli israeliani a una freccia tricolore.
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Intorno alla quinta
strada e un po' più in là
Questo è il luogo dove più forte è la
sensazione di una città in continuo cambiamento. Non solo per le
luccicanti pubblicità di Times Square, con pannelli pubblicitari di
dimensioni da piscina olimpionica. Ma anche per le installazioni che
un giorno ci sono e il giorno dopo sono dissolte nel nulla. In un
angolo di strada abbiamo, ad esempio, visto allestire un spiaggia caraibica per il
lancio di un profumo. Nei giorni in cui eravamo a New York è stato installato lo SkyMirror2006, un enorme specchio
concavo (23 tonnellate di acciaio inox, opera di Anish Kapoor) all'inizio della piazza antistante il Rockfeller Center in cui si riflette il grattacielo.
Anche lo Sky Mirror non è permanente. Anzi al tempo in cui leggete queste note è già passato, è già quasi storia, poichè è stato rimosso nell'ottobre del 2006.
... e un po' più in là: ad esempio Little Italy, oramai ridotta a un'unica strada e sempre più stritolata da China Town, dove siamo capitati in piena festa di San Gennaro. Ma c'è molto altro ancora,i marciapiedi invasi dalla gente, gli scoiattoli di Central Park, per attirare le loro attenzione fate come se doveste chiamare un gatto. Ma ci vorrebbero giorni per raccontarlo, come ci sono voluti giorni per selezionare le foto a cui vi rimandiamo. Buona visione.
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