Islanda: sull’Askja nel cuore degli altipiani interni

01.08.15 – Il giorno della nuova terra e del vulcano Askja
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Alle 7.45 siamo puntuali all’appuntamento con la nostra Superjeep per l’avventura nell’interno verso l’Askja. Oggi proveremo anche una delle famose strade F  quelle solo per mezzi 4X4, in particolare percorreremo la F88 che in 100 chilometri ci porterà ai piedi del vulcano. Il giro con la Superjeep costa un bel po’ 38.500 isk per persona ovvero circa 232€. C’è anche una soluzione più economica con dei bus speciali attrezzati come dei fuoristrada a 19.000 isk a persona (130€).
Ma l’idea del bus non ci attrae e visto che ormai con i prezzi qui in Islanda abbiamo fatto trenta, ci siamo lanciati e abbiamo fatto trentuno scegliendo la Superjeep.
Con noi viaggiano altre tre persone che scopriamo essere italiane (il sospetto è che ci abbiamo messo tutti insieme), una coppia siciliana e una ragazza. L’escursione ci impegnerà tutto il giorno con due soste nei rifugi di Herðubreiðarlindir, vicino al monte Herðubreið, e Drekagil ai piedi dell’Askja. In nessuno dei due c’è possibilità di avere del cibo, così, come consigliato, abbiamo comprato biscotti, ci siamo fatti dei panini, riempito le nostre bottigliette di acqua, preso una scorta doppia di indumenti caldi e ci siamo presentati puntuali all’appuntamento.
Dopo meno di mezz’ora sulla Hringvegur imbocchiamo la F88 e … buchiamo! La nostra guida, Oscar, sorride tranquillo DSC_0014-askja strada-superjeep foraturamentre parla alla radio con il suo collega nell’altra auto, ma pare avere quella tranquillità tipica di chi vuole evitare che altri cadano nel panico quando accade un disastro. Con i nostri compagni di viaggio ci scherziamo su ma un po’ preoccupati lo siamo, non perché possa accadere qualcosa di pericoloso quanto per il rischio che quest’intoppo comprometta la nostra giornata all’Askja.
Ma Oscar è capace e attrezzato. Tira fuori la cassetta degli attrezzi, si infila in una tuta, si stende sotto la jeep e comincia la riparazione del pneumatico dove si è aperto uno squarcio di cinque-sei centimetri. In un quarto d’ora siamo di nuovo in strada e dopo poco affrontiamo il primo guado.
Decisamente non sono strade adatte alle auto, nemmeno se sono dotate di trazione 4X4. Il problema è nella profondità dei guadi, la superjeep ha pneumatici che possono arrivare a 120 cm di altezza ed ora sono immersi quasi completamente nell’acqua.
Probabilmente è per evitare che qualche sconsiderato ci provi che in Islanda nessuna assicurazione protegge dai danni sotto l’auto causati da colpi o infiltrazioni.
Ci inoltriamo nel territorio interno dove il concetto di “nulla” assume un preciso, incontestabile significato. Un nulla scuro, DSC_0020-askja strada-lunarepolveroso, è tutto intorno a noi. Sobbalziamo nella jeep che segue la strada che si insinua nei campi di lava e sullo sfondo quello che ormai consideriamo un vecchio amico che ci accompagna da qualche giorno il ghiacciaio Vatnajökull  di cui, da questa parte dell’Islanda, vediamo le propaggini a nord. Siamo nel bel mezzo del Ódáðahraun un campo di lava così esteso che è difficile determinarne i contorni. Si stima che le sue dimensioni siano intorno ai i 4.000 ed i 5.000 km². Si trova tra il Vatnajökull a sud, i fiumi Skjálfandafljót Jökulsá á Fjöllum rispettivamente ad ovest e ad est, ed il lago Mývatn a nord. E’ un’area molto varia dal punto di vista geologico e per questa sua caratteristica fu scelto per addestrare gli astronauti delle missioni Apollo a raccogliere e riconoscere le varie tipologie di pietre prima dei loro viaggi verso la luna.

Prima tappa: Herðubreiðarlindir e il fuorilegge
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Poco dopo le dieci mezza giungiamo al rifugio di Herðubreiðarlindir. L’incombente profilo del  vulcano Herðubreið ci ha fatto compagnia per tutto il viaggio. E’ alto 1682 e la forma piatta della sua cima lo classifica come un tuya  un tipo particolare di vulcano a cima piatta, con versanti ripidi, formatosi nel periodo in cui la lava eruttava attraverso uno spesso ghiacciaio. Ce ne sono pochi nel mondo e due di questi sono qui in Islanda.
Dal rifugio partono alcuni sentieri. Non ci fermeremo molto quindi ci dirigiamo verso quello più corto che porta al rifugio del fuorilegge Fjalla-Eyvindur che visse qui nell’inverno del 1774-1775, il peggiore della sua vita come raccontò, senza fuoco si cibò di carne secca di cavallo e radici di angelica.

Seconda tappa: Drekagil, Askja,
DSC_0039_myvatn-askja-strada-nevePoco prima di mezzogiorno arriviamo al rifugio di Drekagil. Abbiamo una mezz’ora per mangiare, andare in bagno ed eventualmente visitare il vicino canyon che porta a una cascata. Il rifugio offre ospitalità ma, come abbiamo detto, i viveri bisogna portarseli con sé e – finito di mangiare – riportarsi a casa anche la spazzatura. Qui non va lasciato assolutamente nulla.
Dopo la breve pausa siamo di nuovo nella Superjeep per affrontare l’ultimo tratto fra due pareti di neve alte un paio di metri. Dopo poco la strada termina a un parcheggio da cui inizia il sentiero. L’ultimo tratto è da fare a piedi lungo un sentiero che in genere si percorre in una mezz’ora, ma quest’anno con l’abbondanza di neve che ricopre la zona ci vorranno. Ringraziamo le nostre scarpe da trekking che ci proteggono dalla neve molliccia evitando di bagnarci i piedi.
Lo scenario che ci si apre davanti al termine del sentiero è incredibile. Il lago Öskjuvatn all’interno della caldera più grande DSC_0054_myvatn-askja-viti askja lago oskjuvatndell’Askja (che in islandese significa, appunto, caldera) è ricoperto da lastre di ghiaccio. Più sotto una caldera più piccola c’è il secondo Víti d’Islanda dopo quello che abbiamo visto ieri sul Krafla. Questa zona si è formata nel 1875 con una spaventosa eruzione i cui effetti furono sentiti anche in Europa. Nelle acque turchesi del Víti scaldate dal vulcano la temperatura oscilla tra i 22 e i 30 °C, non proprio caldissima ma abbastanza per farci il bagno. Ma non oggi a causa della neve che rende ancora più difficoltoso scendere lungo il versante meno scosceso del cratere.
Prima di girare intorno al Víti ci spingiamo lungo i bordi del Öskjuvatn tenendo le orecchie ben aperte visto che un cartello ci avvisa di allontanarci subito nel caso dovessimo sentire rumore di rocce che si staccano. L’anno scorso una roccia caduta nel lago ha causato un’onda che ha raggiunto il Víti.
Uno dei due autisti che hanno portato fin quassù ci fa notare  un monumento fatto di pietre sovrapposte, in cui si trova una scatola di alluminio dalla quale estrae un libro delle firme. Siamo i primi della giornata ad apporre la nostra firma.
Il monumento è dedicato a due esploratori tedeschi che qui morirono. Walter von Knebel geologo, Hans Spethmann studente DSC_0052_myvatn-askja-viti askja lago oskjuvatn-prof von knebelin geologia e il disegnatore Max Rudloff arrivarono sul brodo del lago trascinandosi dietro una barca non proprio in perfette condizioni. Il 10 luglio del 1907 Knebel e Rudloff affrontarono le acque del Öskjuvatn mentre il giorvane Spethmann fu mandato in esplorazione sulla montagna. Al suo ritorno non trovò più alcuna traccia dei suoi compagni di viaggio.
L’anno seguente la fidanzata di Knebel, incapace di accettare l’idea che i due uomini si fossero dissolti nel nulla e per accertare delle voci che ipotizzavano il loro assassinio, organizzò una spedizione di ricerca che però non portò a nulla.
Camminiamo in silenzio sul bordo del Víti, perché è ciò che ci induce questo luogo, pensando alle violente forze della natura che ne hanno formato i contorni, forze che non sono ancora sopite e ribollono qualche chilometro sotto i nostri piedi. L‘Askja ha eruttato per l’ultima volta nel 1961.

Terza tappa: Holuhraun, terra nuova
Alle tre del pomeriggio siamo di nuovo nella Jeep questa volta con destinazione Holuhraun il nuovo campo di lava creatosi all’inizio di quest’anno. Per poDSC_0072_myvatn-askja-strada per bardarbunga-fronte eruzioneco più di mezz’ora seguiamo la strada in un paesaggio piatto formato da morbide onde di quella che a noi sembra cenere ma che poi scopriamo essere sabbia lavica e con il Vatnajökull sempre lì, presente, come ad osservare ogni nostro movimento. Nel frattempo la giornata si apre, le grosse nubi spariscono e il cielo azzurro compare sulle nostre teste.
Fino all’anno scorso il campo era composto da vecchia lava dell’eruzione dell‘Askja nel 1797. Ma il 29 agosto 2014 una fessura dell’Holuhraun iniziò a eruttare spinta dal sottosuolo dalla lava dell’eruzione che pochi giorni prima era iniziata nel vulcano Bárðarbunga a venti chilometri da qui. L’eruzione è terminata il 25 febbraio 2015 creando questo nuovo campo lavico di 84 chilometri quadrati chiamato anche Nornahraun. Seguiamo scrupolosamente il sentiero DSC_0103_myvatn-askja-strada per bardarbunga-lava nuovasegnato su questa terra giovane e fragile che ha poco meno di sei mesi di vita. E’ il suolo più giovane sul quale ci siamo mai trovati a camminare. Questa roccia lavica è spigolosa e tagliente e in qualche modo appiccicosa. Alcuni fanno il bagno in alcune pozze d’acqua riscaldata dal calore ancora presente sotto le nostre scarpe. Visto in lontananza alcuni punti del vasto fronte lavico sono ancora fumanti.
Alle sette di sera siamo nuovamente di ritorno al parcheggio del centro informazioni di Reykjahlíð. Salutiamo i nostri compagni con i quali abbiamo piacevolmente condiviso questo parte del viaggio, salutiamo la nostra abile e perfetta guida Oscar e siamo tutti pronti a voltare pagina

Foto dell’Islanda settentrionale e gli altopiani interni

 Canale youtube di ScriCal / ScriCal Youtube Channel

01.08.15 – The day of the new land and the volcano Askja – In the heart of Highlands
Today we are in a Superjeep tour to Askja volcano. We leave lake Myvatn at 8 am and few minutes we enter the inner territory of Iceland through road F88. Here the concept of “nothing” has a precise, indisputable meaning. Nothing but a dark, dusty lava territory it’s all around us. We travel in the middle of the lava field Ódáðahraun so extensive that it is difficult to determine the boundaries. It is estimated that its size is around 4,000 and 5,000 km². It is located between the Vatnajökull to the south, the rivers and Skjálfandafljót Jökulsá á Fjöllum respectively west and east, and Lake Myvatn in the north.

First stop: Herðubreiðarlindir and outlaws
Shortly after ten we reach the refuge of Herðubreiðarlindir. A short path leads to the refuge of the outlawed Fjalla-Eyvindur who lived here in the winter of 1774-1775, the worst of his life as he said, no fire, dried horse meat and angelica roots.

Second stop: Drekagil, Askja
Just before noon we arrive at the shelter of Drekagil. We have a half hour for lunch, we took some sandwiches with us. Whatever you bring here, including the garbage, you must take back with you. After a short drive and 40 minutes walking in the snow we reach the amazing scenery of Askja volcano. The lake inside is the large caldera Öskjuvatn largest covered by ice. Close to this one the second Víti of Iceland after the one we saw yesterday on Krafla. This area was formed in 1875 with a frightening eruption whose effects were felt even in Europe. A monument of stacked stones is dedicated to two German explorers who died here in 1907. We walk in silence on the edge of Víti thinking at the forces that are still dormant few kilometers beneath our feet. The Askja erupted for the last time in 1961.

Third stop: Holuhraun, the new lava field
Next destination is Holuhraun the new lava field created earlier this year from an eruption of volcano Bárðarbunga twenty kilometers from here. The eruption ended on February 25, 2015, creating the new lava field of 84 square kilometers also called Nornahraun. We follow scrupulously the marked path on this young and fragile lava that is less than six months old, the youngest soil on which we have never been. This lava rock is angular and sharp and somewhat sticky.