| Romanzo
Criminale Giancarlo de Cataldo Eiunaudi, Milano, 2002 pag. 628 Prezzo: 16,00 Non so ancora se questo libro mi
è piaciuto. Di certo l'ho trovato lungo, una sensazione che mi
è venuta dall'impressione che, nel raccontare l'ascesa e caduta
del Libanese, del Freddo, del Dandi, alla fin fine stessi leggendo
sempre la stessa storia. Storia fatta di aspirazioni, di potere, di
prevaricazioni, di ammazzamenti, di voglia di rivalsa rispetto al
proprio destino ma anche di voglia di costruire, di ambizione di creare
qualcosa dal nulla, intelligenza nell'elaborare che una struttura ha
bisogno di essere organizzata e deve avere delle norme in cui
identificarsi, di lealtà anche se momentane, e protezione anche
se fin quando fa comodo, di divisione della richezza prodotta.
Soprattuto l'elaborazione che per tenere insieme delle persone che
mirano al proprio esclusivo vantaggio personale, occorre un'idea forte
nella quale nella quale possano trovare una propria identificazione. Rimane comunque l'amaro in bocca,
perché la giustizia non ci fa una bella figura in questo libro e
non è difficile credere che non si tratti di sola finzione
letteraria. De Cataldo è un giudice e anche se questo è
un romanzo, indubbiamente si fonda su tracce di verità. Tra
avvocati e poliziotti nel libro paga dell'organizzazione criminale,
giudici corrotti, poteri più o meno occulti dello stato, scambi
di favori tra criminali e terroristi e l'idea, che s'insinua
inpiù punti del libro, che le stragi degli anni ottanta siano
state funzionali alla gestione di un certo potere. E' l'amaro è
ancora più inteso al pensiero che anche oggi non sia cambiato
molto nella gestione del potere politico. |
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