Si smonta il campo e si va a Pyramiden

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30 giugno 2011

Si smonta il campo e si va a Pyramiden


Sveglia alle otto, colazione e inizio dello smontaggio del campo. Alle 11 verrà la barca per caricarci e proseguire la C-IMGP7674giornata con la visita a Pyramiden. Smontare una tenda può apparire più facile che montarla, e in parte è vero, ma poi la devi mettere dentro una minuscola sacca e chissà perché se non la pieghi esattamente in un certo modo non c’è verso che ci entri. Noi siamo sempre sostenuti dai nostri angeli custodi esperti di campeggio e alla fine riusciamo completare il lavoro. Per le dieci e mezzo è tutto pronto. Le casse e gli zaini allineati, noi in attesa della barca, battuti dal vento in questa giornata grigia. Sarà che ormai il nostro fisico ha elaborato il fatto che non ci sono più escursioni da fare, sarà che l’attesa ci annoia e sentiamo freddo, ma improvvisamente tutta la stanchezza che non abbiamo sentito in questi giorni si abbatte su di noi. Il papà del nostro piccolo escursionista non si sente bene. Un po’ a turno in questi giorni abbiamo sofferto di piccole indisposizioni di stomaco. Il tempo passa e la barca non arriva. Poi, verso le 11 vediamo comparire un gommone. Per tutti è come una doccia fredda. L’ultima cosa che ci serve ora è di essere sbattuti per un’ora e mezza sul gommone. E poi non si doveva andare a Pyramiden? Anche Dirk sembra sconcertato. In ogni caso appena il gommone arriva cominciamo a caricarlo. Dirk chiede dov’è la barca e il marinaio indica l’ingresso della baia, finalmente oltre il promontorio compare l’imbarcazione. Per tutti è un grosso sospiro di sollievo.
Quando il gommone si avvicina alla MS Langøysund, la stessa barca con la quale siamo andati a Barentsburg, viviamo il nostro momento di gloria. Il capitano ha avvisato i turisti a bordo che ci sarebbe stata una sosta per raccogliere degli escursionisti che avevano trascorso una settimana a Skansbukta. Vediamo un bel gruppo di persone sul ponte che fotografano l’arrivo del nostro gommone e tutte le procedure d’imbarco del materiale. Noi, come al solito, ci diamo tutti da fare, con movimenti esperti e competenti come se non avessimo fatto altro in vita nostra. A questo punto si è creata una netta separazione tra loro, i turisti che viaggiano comodi, e noi che siamo “quelli che sono stati a Skansbukta”.
Anche nei lunghi momenti di navigazione tendiamo a stare insieme, a sederci vicini. Siamo dei perfetti estranei e rimarremo tali dopo questa esperienza. Eppure questi giorni ha fatto di noi un gruppo. Siamo quelli con la faccia un po’ così, che abbiamo noi che abbiamo attraversato a gambe nude torrenti alimentati dalle acque dei ghiacciai. E c’è questa sensazione di come gli altri ti guardino un po’ curiosi, un po’ affascinati. Qualcuno chiede: ma proprio solo voi, solo in tenda, lì fuori da soli? Sì, ma sa, avevamo i cani, eppoi, per quelli come noi, con l’espressione un po’ così, di quelli che hanno vissuto a Skansbukta, sarà mica un problema no?
Anche se, a dire il vero un dubbio rimane. Non è che ci guardano strano, perché siamo quelli che non si fanno una doccia da una settimana?

CZ-IMGP7691Prima che l’imbarcazione esca dalla baia per proseguire la navigazione sul Billefjord, diamo un ultimo sguardo al luogo che ci ha ospitato per sei giorni. E visto da qui, dove possiamo vederlo tutto con un unico sguardo, ci rendiamo conto per la prima volta di quanto fossimo isolati e piccoli in questo enorme spazio. Di quanto fossimo soli, al di là del telefono satellitare di Dirk e della protezione dei cani e delle armi, davvero soli. Un manipolo di umani urbanizzati nella vastità del nulla delle Svalbard.