Plateau di Skansen: Un panorama mozzafiato

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Plateau di Skansen: Un panorama mozzafiatoFoto/Photos
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28 giugno 2011

Plateau di Skansen, dislivello 550 metri, 6 ore di cammino


Anche la notte scorsa c’è stato parecchio vento e ci svegliamo sotto un cielo che alterna nubi ad ampi tratti azzurri. Il sole fa impallidire le nubi più sottili e il nostro personale scenario mattutino si tinge di bianco e sfumature di azzurro e blu. Al briefing della colazione decidiamo di affrontare il plateau difronte a noi. Dirk promette una vista incredibile sull’altra parte della baia verso Pyramiden e sul fiordo all’interno del quale siamo accampati. Alle 10, zaini in spalla siamo pronti per partire. Bastano 15 minuti per trovarci davanti a una montagna d’acqua da attraversare. Siamo nella zona della foce dei torrenti alimentati dai ghiacciai. A quest’ora probabilmente c’è anche l’alta marea. A giudicare da come Dirk affonda, il largo letto del torrente che si getta in mare misura, nel punto più profondo, ottanta o novanta centimetri. Non abbiamo alternative, via gli scarponi, via le calze, via i pantaloni. Calziamo le scarpette in gomma e via, tutti in mutande e senza pensarci tanto su (ma non è affatto vero) ci inoltriamo nelle acque gelide. L’acqua arriva fino all’inguine. Si gela. Di più: ci si congela. Per fortuna la corrente è debole e ci consente di attraversare quasi in linea retta. Dentro il torrente è così freddo che appena usciti sembra addirittura che l’aria sia calda. Le gambe rosse come dei 01peperoni. Di certo questa mattina la circolazione l’abbiamo attivata. Giunti sull’altra sponda ci si asciuga alla bell’è meglio, ci si riveste e si riparte. Neppure il tempo di voltarsi indietro e pensare: ma l’ho fatto per davvero?
L’escursione è l’unica, tra quelle fatte, nella quale abbiamo scarpinato in salita. Difficile aggirarsi in queste zone se non le si conosce. Ovviamente non ci sono sentieri, tanto meno i classici omini di pietra così familiari a chi, come noi, è abituato ad andare in montagna. Ci inoltriamo nel canalone del Myadalen e lo stesso Dirk ci dà l’impressione di cercare tratto dopo tratto la via migliore. In effetti, anche conoscere le zone non è abbastanza. Ogni anno, lo scioglimento della neve cambia i percorsi e il punto di riferimento che magari ricordavi dell’anno prima, quest’anno può non esserci più. Anche oggi affrontiamo le diverse tipologie di terreno che le Svalbard ci offrono, fango, neve, muschio soffice e traditore. Ci inerpichiamo anche lungo un ghiaione tagliandolo in orizzontale e salendo passo dopo passo. La pendenza è generosa e la salita ci richiede uno sforzo in più. Bisogna sempre misurare il passo e stare attenti a non far rovinare delle pietre su quelli che vengono dopo. Dopo due ore di cammino siamo, più o meno, a duecento metri di altezza. Ci fermiamo per una sosta. Dietro di noi il canalone che abbiamo appena percorso e in fondo la foce che dà sulla baia e che abbiamo attraversato a gambe nude. Pochi minuti di sosta e poi via alla conquista della vetta. La cosa buffa 10è che si fa tanta fatica per arrivare, tutto sommato a 500 metri di altezza. Man mano che guadagniamo quota, attraversiamo zone sempre più ampie di neve, fino allo strappo finale, quasi in verticale dove nessuno si vergogna di mettere le mani sulla neve per aiutarsi a salire.
20-aDirk ha mantenuto la promessa. Il panorama da quassù è magnifico. Cerchiamo un punto un po’ meno battuto dal vento e vi stabiliamo il campo base provvisorio, abbiamo impiegato quattro ore per arrivare quassù ma ne valeva la pena. Le nubi sfilacciate coprono solo le cime più alte lasciando il resto sotto un cielo azzurro. La vetta di Pyramiden è coperta, ma il fronte del ghiacciaio Nordenskjøldbree si estende davanti a noi in tutta la sua ampiezza e profondità. E’ uno spettacolo incredibile.
Ci concediamo una lunga, meritata pausa e verso le tre del pomeriggio ripartiamo. Dirk ci fa percorrere una strada diversa. Tagliamo, in discesa, un altro ghiaione e delle ampie zone di neve fine a giungere su un lato della montagna completamente innevato sul quale è più facile scendere in verticale. A dire il vero in questo tratto ci divertiamo un mondo. La neve è bella spessa, anche se non compatta. Nella parte più verticale scendiamo all’indietro, scolpendo 29bene, con la punta dello scarpone, il buco nella neve che deve sostenerci per evitare di rotolare rovinosamente fino a giù. Ma quando siamo più a valle e la pendenza diminuisce, ci voltiamo e cominciamo a saltare, con grandi balzi sulla neve. Improvvisamente abbiamo tutti l’età del nostro piccolo escursionista e ci divertiamo come pazzi. Giunti nel vallone, proseguiamo fino alla foce del fiume che ci attende imperterrito per la nostra traversata. Grazie alla bassa marea l’acqua si è abbassata un po’ e arriva poco sopra il ginocchio. In compenso la corrente si è fatta più forte e restare in piedi nel centro del torrente è una piccola impresa.